PLEASURE ASSET: IL NUOVO RINASCIMENTO

AP Private | Febbraio 2023

L’anno che si è appena concluso è certamente da dimenticare per chi, debole di cuore e senza il supporto di un bravo consulente, ha investito sui mercati finanziari, anche se, per i pochi che hanno saputo tenere i nervi saldi, il vento potrebbe presto girare a favore.

E come quasi sempre accade di fronte alla volatilità dei mercati finanziari le quotazioni dei cosiddetti beni rifugio schizzano in alto.

Per i clienti private e HNWI i beni rifugio spesso coincidono con i pleasure asset: immobili di prestigio, auto storiche, orologi, opere d’arte e oggetti in grado di rendere la vita più piacevole, appunto.

Le principali case d’asta ne sanno qualcosa, dalle più note Christie’s e Sotheby’s, alle nostre eccellenze italiane tra tutte Pandolfini e Finarte che ha recentemente acquisito Czerny’s International Auction House: il 2022 è stato un anno da incorniciare record di lotti venduti a prezzi in alcuni casi tre o quattro volte superiori alla base d’asta.

La grande differenza tra un pleasure asset e un investment asset è la sua fruibilità immediata e la sua tangibilità: parrebbe una contraddizione se si pensa che spesso i pleasure asset vengono definiti – da chi si occupa di finanza – come beni illiquidi.

In realtà stanno diventando sempre più liquidi se è vero, come è vero, che il mercato dei pleasure asset si sta ampliando sia in termini geografici seguendo i flussi della ricchezza che di monitoraggio e andamento delle quotazioni.

Nel caso dell’arte un esempio su tutti è Artprice leader mondiale delle banche dati sulle quotazioni e gli indici dell’arte con una copertura di più di 30 milioni di indici, roba da fare invidia a molte borse.  

Un altro recente episodio accaduto nella nostra capitale finanziaria, Milano, è emblematico del trend dei pleasure asset.

L’uomo più ricco al mondo con un patrimonio di oltre 185 miliardi di Euro, Monsieur Bernard Arnault, fondatore e proprietario di Lvmh dopo aver fatto sua, nel 2013, la storica pasticceria Cova di Milano, ora ha meso gli occhi su un altro gioiello della città: la Casa degli Atellani, dimora gioiello che nel 1490 fu donata da Ludovico il Moro al nobile Signor Giacometto di Lucia dell’Atella.

Dopo molti passaggi di proprietà nei secoli, la casa è giunta in mano alla famiglia Conti che nel 1922 la fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi. Tra gli attuali proprietari ci sono anche i figli e la vedova dell’indimenticabile Vincenzo Maranghi, braccio destro di Cuccia in Mediobanca. 

Sarà un caso che finanza, pleasure asset e arte si trovino quasi sempre allo steso bivio?

Al momento ci risulta che l’acquisto non sia ancora stato perfezionato, circolano voci non confermate che dicono che la casa fosse in vendita da anni a una cifra ben inferiore a quanto offerto dal magnate francese (si dice 150 milioni di Euro).

Pare ci sia anche chi, tra la borghesia milanese, si sia indignato al pensiero che questo gioiello meneghino possa andare in mani francesi e non di una grande banca italiana o di un magnate italiano.

A prescindere dall’auspicabile lieto fine della Casa degli Atellani, questo episodio è emblematico del fatto che i pleasure asset hanno sempre di più un ruolo centrale e per certi versi antagonista rispetto agli asset finanziari.

E questo non riguarda solo i multimiliardari d’oltralpe ma anche i nostri connazionali private e HNWI.

Di fronte alla domanda se investire il proprio patrimonio interamente sui mercati finanziari o diversificare anche su asset “illiquidi”, seguendo il proprio cuore e passione, la risposta l’ha data per tutti Monsieur Arnault.

Nicola Ronchetti