Tassi sotto zero, creatività a 1000

ma occhio alla fiducia del cliente

L’industria del risparmio gestito e della distribuzione (banche e reti) sta affrontando uno dei momenti più complessi della sua storia anche per il congelamento dei tassi sotto zero che ha una ricaduta negativa sulla già scarsa propensione dei risparmiatori a investire i loro risparmi.

Se l’asset class storicamente preferita dagli italiani – i bond e più in generale gli investimenti in fondi fixed income – fatica a garantire rendimenti positivi, le strade possibili sono due, entrambe percorribili in parallelo.

La prima riguarda l’educazione degli investitori: si tratta di convertire gli italiani al risparmio gestito supportandoli a rivedere il loro orizzonte temporale, a essere anche più consapevoli della propria propensione al rischio ma anche sensibilizzandoli sul pericolo di vedere eroso il valore reale dei propri risparmi se lasciati in liquidità.

Questa è la strada più lunga e complessa, ma probabilmente la più lungimirante, pare debba passare anche dall’efficientamento dei costi dell’offerta – sia lato SGR che distributori – che oggettivamente ha ampi spazi di miglioramento.

Ci riferiamo ai costi interni di struttura delle SGR e dei distributori che in tempi di vacche grasse e di rendimenti positivi potevano passare sotto traccia ma che oggi emergono in tutta la loro cruda realtà, soprattutto perché a pagare il conto è il cliente finale. Il cliente finale, convinto a ragione o a torto di pagare più del dovuto, non si fida, non investe, lasciando i soldi sui conti correnti, generando quel circolo vizioso che porta ad avere 1.400 miliardi sui conti correnti. 

Si tratta di una vera e propria crisi di fiducia verso il sistema finanziario che andrebbe messa al primo posto della nostra agenda, forse ancora prima dell’educazione finanziaria degli italiani.

La seconda strada parte dall’offerta e in particolare dalla sua capacità di inventare nuovi prodotti, di adattare prodotti già esistenti ma destinati ad un altro pubblico di riferimento o di rispolverare vecchie ma mai dimenticate soluzioni di investimento.  

Ci riferiamo a tre fenomeni: a) alla riscossa dei fondi passivi e degli ETF; b) al lancio di investimenti illiquidi in private debt, private equity, infrastrutture; c) all’offerta di protezione attraverso prodotti assicurativi sia nel ramo danni che nel ramo vita.

Sugli ETF e sui fondi passivi stiamo assistendo ad un fiorire di lanci nel mercato retail italiano mai visto prima: in Italia ha aperto la strada iShares, seguita da Invesco, UBS, dal colosso americano Vanguard e, più recentemente da JP Morgan, Goldman Sachs e Franklin Templeton, solo per citare i più noti. 

Il rilancio degli ETF e dei fondi passivi potrebbe apparire come una sorta di nemesi per gli asset manager, la presa d’atto della difficoltà dei fondi attivi, più cari e spesso anche meno performanti o comunque di un’opzione in più nell’offerta dei maggiori gestori.

Gli investimenti illiquidi sono un tema di grande suggestione, fano leva sull’economia reale che pare il nuovo mantra, peccato che nella loro proposizione si parli poco del rischio e solo di rendimenti (a doppia cifra), ipotecando ancora una volta la fiducia dei risparmiatori italiani.

Che dire infine della protezione? Come l’araba fenice risorta dalle proprie ceneri le banche paiono riscoprire che gli italiani non sono assicurati: ed ecco che l’antico e mai dimenticato progetto banca assicurazione viene oggi rispolverato. Il tempismo potrebbe sembrare ai più maligni un po’ sospetto, ma meglio tardi che mai.  

Insomma evviva i tasi sotto zero perché tanto ad aumentare la temperatura ci stanno pensano in tanti, speriamo solo che nessuno dimentichi il bene più prezioso: la fiducia dei propri clienti. 

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